Romain Gary (Émile Ajar) – La vita davanti a sé – 1975

A cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, resta inalterata la bellezza di questo capolavoro di Romain Gary che gli valse, sotto lo pseudonimo di Émile Ajar, il premio Gouncourt dello stesso anno. Una falsa identità, svelata postuma, che di fatto gli ha consentito di essere l’unico scrittore insignito per due volte di tale riconoscimento (la prima fu nel 1956 per il romanzo Le radici del cielo).

Ambientata negli anni ‘60 nel quartiere parigino di Belleville, quel crogiolo multiculturale e multietnico che anni più tardi farà da scenario ai romanzi di Pennac, la storia del piccolo Mohammed (Momò) e di Madame Rosa ci emoziona dalla prima pagina, come poche volte accade. È lo stesso Momò a raccontarcela, con il suo peculiarissimo modo di osservare le cose, con la voce ingenua e al tempo stesso realistica di chi ha ancora gli occhi di un ragazzino eppure ha già visto e compreso fin troppo.

Madame Rosa è la sola madre che il bambino abbia mai conosciuto: ex prostituta ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz, Rosa si guadagna da vivere accogliendo in casa i figli di altre prostitute, in cambio di un piccolo compenso.

Un giorno le viene affidato Momò, con l’impegno di crescerlo come un buon musulmano.

A lungo nessuno busserà più alla porta per avere notizie del piccolo, così, giorno dopo giorno, tra i due si stabilisce un legame profondo che non verrà mai meno, neanche quando, devastata dalla malattia che avanza inesorabile e dagli orrori del passato che ne affollano ancora la mente, Rosa non sarà più in grado di occuparsi di nessuno, neppure di se stessa.

Sarà allora Momò a prendersi cura di lei, ossessionato dalla promessa di lasciarla morire naturalmente, una volta giunta la sua ora: “Non c’è niente di più schifoso che infilare a forza la vita nella gola della gente che non si può difendere”, dice il ragazzo al dottor Katz, che insiste per portare Rosa in ospedale.

Intorno ai due protagonisti Gary, tratteggia una serie di personaggi tra loro diversi, per etnia, fede religiosa, età, tutti accumunati da una vita vissuta ai margini della società: da Monsieur N’Da Amédéé, protettore di prostitute che ricorre a Madame Rosa per scrivere alla famiglia, al signor Waluomba che, con i fratelli solleva di peso la donna fin dentro casa quando Rosa non è più in grado di salire da sola quei sei terribili piani di scale.

Poi l’indimenticabile Madame Lola, un travestito senegalese, ex pugile dal cuore grande che, con i suoi guadagni, aiuta Momò e Rosa a sopravvivere, una volta rimasti soli.

Infine il signor Hamil, il vecchio venditore ambulante di tappeti che siede nel solito caffè senza mai separarsi dalla sua copia de I miserabili; è lui che insegna a Momò l’arabo, il francese, il Corano e guarda il bambino con quegli occhi “che dispensano del bene tutto intorno”.

E se, pagina dopo pagina, il racconto di Mohammed, svela la prospettiva illusoria del titolo del romanzo, perché la vita davanti a sé non ha il sapore di una promessa, di una speranza di riscatto, quanto piuttosto quello di una pena sine die che progressivamente svela la fragilità e la caducità della condizione umana, esiste allora una consolazione, una qualche forma di conforto che possa alleviare tanta sofferenza?

Forse si cela nel sostegno reciproco, nell’aiuto inatteso di chi condivide quel poco che ha, nella solidarietà che travalica le differenze, nell’amore di una vecchia ebrea calva, grassa e maleodorante.

“Signor Hamil, si può vivere senza amore”? “Si può vivere senza qualcuno da amare”? Forse, alla fine, Momò è riuscito a trovare una risposta alle sue domande, forse ce la suggerisce, lapidariamente, con le ultime tre parole del suo racconto: “bisogna voler bene”.