Il rock tra musica e impegno sociale: Bob Dylan

Mai come adesso la cultura musicale degli anni ‘60, con la sua anima rivoluzionaria e innovatrice, ci rende così vicini ed empatici all’ascolto; mai come in questi giorni quei sentimenti di protesta contro la guerra e di speranza per una società ed un mondo più giusto, che allora vennero affidati al linguaggio universale della musica, suonano purtroppo tristemente attuali. Nel nostro viaggio a ritroso tra gli artisti che si sono distinti per il loro impegno civile e sociale, Bob Dylan rappresenta sicuramente una pietra miliare capace, con la sua “caratura” poetico-musicale e l’innovatività dei contenuti, di segnare lo stile musicale di un’epoca, la cui eredità giunge fino ai nostri giorni.

Un vero e proprio profeta che ha ispirato il mondo cantautorale folk-pop-rock dagli anni ‘60 in poi, un artista che, abbracciando i movimenti pacifisti del tempo, fece della sua musica una potentissima “arma” di rivoluzione sociale e culturale.

Robert Allen Zimmermann nacque nel Minnesota nel 1941: americano ebreo di origini ucraine e lituane, cambiò legalmente il suo nome in Bob Dylan nell’agosto del 1962.

Polistrumentista dotato di una voce aspra e graffiante, abbandonò presto i ritmi forsennatamente beat del periodo per imboccare la strada folk cantautorale, dapprima in versione solo acustica, successivamente, a partire dall’album Bringing It Back (1965), arricchita della presenza di strumenti elettrici.

Insieme a Joan Baez, amica, collega e compagna, il 28 Agosto del 1963 Dylan partecipò alla Marcia su Washington, dove si esibì davanti ad una folla oceanica, quella stessa folla che poco più tardi, quello stesso giorno avrebbe assistito al memorabile discorso del reverendo Martin Luther King “I have a dream”.

I testi delle sue canzoni, a volte quasi parlati, con metriche fortemente irregolari, sono intrisi di cinismo e disprezzo verso i signori della guerra, verso ogni forma di razzismo ed iniquità sociale: Dylan non si considerava un portavoce di valori, semplicemente poneva un problema etico, invitando ad una riflessione su ciò che accadeva nel mondo.

Masters of War, Talking World War III Blues, A Hard Rain’s A gonna Fall (brano scritto nel giorni della crisi con Cuba, all’alba di una potenziale catastrofe nucleare) appartengono a The Freewheelin’, suo secondo album uscito nel 1963: canzoni spoglie di arrangiamento, che arrivavano dirette come un pugno nello stomaco.

Blowing In The Wind, dello stesso album, è uno struggente inno pacifista ancora oggi assolutamente iconico.

E se molti pezzi del Menestrello di Duluth si sono occupati di guerra e aneliti di pace, non meno presente nella sua poetica fu lo spirito di denuncia contro le ingiustizie razziali: così, ad esempio, nacquero brani come Only A Pawn In Their Game, sull’assassinio di Medgar Evers, attivista nero per i diritti civili o Hurricane (1976) che racconta di un pugile afroamericano Rubin Hurricane Carter, ingiustamente accusato di triplice omicidio nel 1966 e rilasciato solo quasi vent’anni più tardi.

Come dimenticare poi Talking John Birch Paranoid Blues, pezzo ironico sulla John Birch Society,famosa associazione anticomunista americana, che gli costò una censura al Ed Sullivan show.

Infine The Times They Are A Changing del 1964, vero e proprio inno al cambiamento: smascherati gli anacronistici valori culturali che la società americana esprimeva, era stato tolto il velo di ipocrisia di una società non più credibile (negli stessi anni il nostro Guccini cantava Dio E’ Morto). Premi e onoreficenze non si contano: dal Tom Paine Award ricevuto nel 1963 per il suo impegno nei diritti civili, alla Laurea Honoris Causa in musica nel 1970; poi i Grammy Awards, la Medal of Honour del 2012 e la Legion D’Honneur nel 2013, fino al Premio Nobel per la letteratura nel 2016: occasioni in cui, peraltro, Dylan non ha mai celato la sua personale insofferenza verso i riconoscimenti.

Idolatrato ed assunto come guru della canzone folk-rock, questo artista ha rappresentato un punto di riferimento assoluto anche per altri colleghi di fama internazionale, a cominciare dai Beatles e da George Harrison in particolare con cui collaborò nel 1970.

La sua musica, al servizio delle parole, esalta il contenuto poetico dei brani: tutto è costruito intorno al testo e questo, spesso, porta alla costruzione di strutture irregolari che rendono non facile il compito degli strumentisti, in una cornice folk-gospel-blues-rock, che predilige una concezione musicale poco “prodotta” e molto “suonata”, meno pop e più live.

Dylan, dagli anni ‘80, è costantemente in tour con il suo Never Ending tour, sostenuto da una band affiatatissima con cui, pare, si esibisca spesso senza scaletta, accennando i pezzi lì per lì ed immediatamente seguito dai musicisti.

Mi piace chiudere questo excursus su uno dei protagonisti indiscussi della musica degli ultimi sessant’anni, con un breve aneddoto. Mi è stato raccontato da un sassofonista inglese, con cui ho avuto il piacere di suonare, di un’audizione che Dylan aveva organizzato per scegliere per l’appunto il sassofonista: tutti i musicisti riuniti in una grande sala di uno studio di registrazione dovevano suonare su un suo brano inedito; lui, passando vicino ad ognuno, ascoltava e decideva via via chi poteva rimanere.